Pegaso fa parte del grande ciclo mitologico di Perseo, che volle salvare la principessa Andromeda, figlia di Cassiopea e di Cefeo, dal terribile mostro marino. Tutte le figure di questo mito rivivono da migliaia di anni nel cielo autunnale. Per salvare Andromeda, Perseo aveva bisogno della orribile testa di Medusa, il cui sguardo era in grado di tramutare in un istante tutto in pietra. Dopo che l’eroe con l’astuzia l’ebbe sconfitta, dal sangue di Medusa nacque Pegaso.
Al posto del cavallo alato gli astronomi dell’antica Mesopotamia mettevano in risalto la forma geometrica della costellazione, che veniva chiamata Iku (campo), con riferimento all’unità base di misura delle superfici in uso presso i Sumeri. Ecco quindi che la costellazione quadrata si trova, per esempio, nell’arca a forma di cubo del mito babilonese del diluvio universale.
La parabola delle dieci vergini è una parabola di Gesù raccontata solamente nel vangelo secondo Matteo 25,1-13.
Racconto
Nella parabola, Gesù racconta che a queste dieci ragazze viene affidato il compito di andare incontro allo sposo nel giorno delle nozze. Ciascuna delle vergini ha con sé una lampada, ma solamente cinque portano anche una riserva di olio per la suddetta. Siccome lo sposo tarda ad arrivare, le vergini si assopiscono e le lampade iniziano a spegnersi. Nel bel mezzo della notte, qualcuno urla che lo sposo sta arrivando: le vergini stolte, accorgendosi che le loro lampade stavano per spegnersi, chiesero alle sagge di prestare loro un po’ d’olio, ma queste ultime rifiutarono dicendo che non sarebbe bastato per tutte. Le stolte vanno quindi a comprare l’olio, ma nel frattempo arriva lo sposo ed entrano alla festa di nozze solamente le cinque vergini sagge. Quando tornarono, le vergini stolte bussarono gridando: “Signore, aprici!”. Ma lo sposo, dall’interno, rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. Gesù conclude la parabola dicendo: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno nél’ora”.
La parabola delle dieci vergini significa che bisogna essere sempre pronti per il ritorno di Cristo (lo Sposo), vigilando con fede e opere di carità (l’olio che alimenta la lampada), distinguendo le cinque vergini sagge, che hanno fatto scorta di olio (amore e preparazione spirituale), dalle cinque stolte, che si sono affidate solo alla fede superficiale e non hanno coltivato l’amore, restando impreparate al giudizio. È un invito alla responsabilità individuale di vivere una vita di fede attiva e piena di opere buone, non solo di attesa passiva. Ma il significato alchemico reale è ancora più profondo….
Sigismondo Fanti (il ferrarese) Maestro di Nostradamus
Libro Profetico in quartine Triompho di Fortuna
Riferimento di Nostradamus Domus Marzotto (Torino)
Museo Ritman Asterdam
Ritrovamento epigrafe DM da parte del Giovane Renucio Boscolo a Torino
Renucio Boscolo unico interprete di Nostradamus su canali Mediaset
Gioacchino da Fiore Profeta!!!
Nato a Celico, a poche decine di chilometri da San Giovanni, nel 1130 circa, Gioacchino ricevette i primi rudimenti scolastici presso Cosenza, ma ben presto fu mandato dal padre a lavorare presso l’ufficio del Giustiziere della Calabria. In seguito ad alcuni contrasti sorti sul posto di lavoro, egli si trasferì prima presso i Tribunali di Cosenza, poi a Palermo, dove il padre gli aveva fatto ottenere un impiego presso la corte normanna. In seguito ad un viaggio in Terrasanta, Gioacchino ebbe un cambiamento radicale: cominciando a dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture, si ritirò dapprima in una grotta sull’Etna, quindi trascorse un anno presso l’abbazia cistercense della Sambucina.
Per poter continuare nella sua opera di predicazione, Gioacchino da Fiore dovette prendere i voti, pertanto compì un viaggio a Catanzaro dove venne ordinato sacerdote. In seguito si stabilì nel monastero di Santa Maria di Corazzo, di fondazione benedettina ma che aspirava a seguire la regola cistercense, del quale, nel 1177, fu eletto abate. Tra il 1182 ed il 1184 compì un viaggio presso l’Abbazia di Casamari, dove cominciò la stesura di due delle sue opere fondamentali: la “Concordia Novi ac Veteris Testamenti” (“Concordia tra il vecchio e il nuovo testamento”) e l'”Expositio in Apocalypsim” (“Esposizione dell’Apocalisse”).
In seguito torna in Calabria, ma abbandona il monastero di Corazzo ritirandosi nella località di Pietralata, che lui ribattezza “Pietra Olei“. I monaci, esasperati dal suo continuo assentarsi dai suoi doveri di abate, presentarono una petizione alla Curia Romana, che decise di risolvere la questione affiliando nel 1188 l’abbazia di Corazzo a quella di Fossanova e prosciogliendo Gioacchino dai suoi doveri di abate, autorizzandolo, di fatto, a proseguire nella sua opera di scrittura. Molta gente cominciò a radunarsi attorno a lui, e il sito di Pietralata divenne ben presto inefficace alla loro accoglienza. Gioacchino si recò sulla Sila, alla ricerca di un sito sul quale avrebbe costituito la sua nuova comunità, e lo individuò nel luogo ove oggi sorge l’abitato di San Giovanni in Fiore. Non fu facile ottenere dal re i permessi necessari per lo stanziamento in quei luoghi, ma alla fine vi riuscì, ottenendo persino un vasto possedimento terriero e alcuni privilegi su tutta la regione.
Nell’agosto del 1196 papa Celestino III approvò la Congregazione Florense. Da questo momento in poi l’abate si prodigò per la realizzazione del suo monastero secondo uno schema simbolico che aveva illustrato in una delle tavole del suo “Liber Figurarum“, incontrando spesso difficoltà e resistenze da parte soprattutto delle comunità monastiche nei territori circostanti, che venivano ad essere interessati dal progetto. L’abate morì nel 1202 presso Canale di Pietrafitta, e fu seppellito nel monastero florense di S. Martino di Canale. Intorno al 1226 i suoi resti furono traslati nell’abbazia di San Giovanni in Fiore, dove si trovano tuttora, che all’epoca era ancora in costruzione.
Il pensiero
Il fulcro centrale del pensiero gioachimita è la suddivisione della storia dell’Umanità in tre ere, associate alle tre figure della Trinità. L’Era del Padre corrisponde alla narrazione biblica dell’Antico Testamento, nel periodo che va da Adamo fino ad Ozia, re di Giuda. L’Era del Figlio, corrispondente al Nuovo Testamento, comprende la venuta di Cristo, e dalla fine del regno di Ozia (746 a.C.) si dovrebbe estendere, secondo Gioacchino, fino al 1260, anno che egli aveva profetizzato come inizio della terza era, quella dello Spirito Santo. Nell’Era dello Spirito l’umanità, opportunamente preparata a tale scopo, dopo un periodo di catastrofi apocalittiche avrebbe vissuto uno stato di grazia e di purezza. Con queste idee, quindi, Gioacchino Da Fiore supera la concezione binaria (del Padre e del Figlio) che fino ad allora avevano avuto tutti i Padri della Chiesa per introdurre il modello ternario ispirato alla Santissima Trinità, introducendo l’elemento sinora mancante dello Spirito Santo.
Egli non ebbe vita facile per le sue idee, giacché esse non mancarono di suscitare tensioni, soprattutto nell’ambiente parigino, dove la scuola teologica gli era sempre stata avversa. Fu persino accusato di eresia, a causa di alcune frasi contro Pietro Lombardo contenute in un’opera sulla Trinità erroneamente attribuita a lui. Fu il papa Innocenzo III che, nel 1216, difende il suo nome dichiarandolo “vero cattolico”.
La dottrina Gioachimita, che da allora verrà chiamata “Vangelo Universale“, si diffuse e continuò ad influenzare il pensiero cristiano anche dopo il 1260, quando l’appuntamento con l’avvento dell’Era dello Spirito sembrò essere “rimandato”.
Oltre ad aver profondamente influenzato l’opera di Dante Alighieri, che modellò il Paradiso Terrestre secondo alcune figure simboliche elaborate dall’abate calabrese, tante figure di pensatori successivi s’ispirarono a lui. Tra questi ricordiamo i predicatori Ugo di Digne, Salimbene da Parma, Ubertino da Casale e Girolamo Savonarola, alchimisti come l’inglese Ruggero Bacone, il francese Giovanni di Rupescissa e il catalano Arnaldo da Villanova, filosofi come Guglielmo di Ockam. Quando Pietro Angeleri, predicatore ed eremita sulle montagne del Morrone, in Abruzzo, ascese al soglio pontificio come Celestino V, in molti videro nella sua figura e nelle sue opere la realizzazione delle profezie dell’abate Gioacchino.
Ricordiamo, infine, che il pensiero gioachimita influenzò, nel XV sec., le dottrine filosofiche che caratterizzarono la Confraternita dei Rosa-Croce: è stato, tra l’altro, sottolineato il parallelismo, forse non casuale, tra la vita del padre eponimo Christian Rosencreutz, narrata nella “Fama Fraternitatis” (1614), e le vicende personali di Gioacchino [1].
Il Liber Figurarum e le altre opere
Oltre alle già citate “Concordia” ed “Expositio“, Gioacchino scrisse sotto l’esortazione di papa Lucio III numerose altre opere, tra le quali si ricordano lo “Psalterium decem chordarum” (il “Salterio dalle dieci corde”) ed il “Liber Figurarum“, o “Libro delle Figure”. In quest’ultima opera, notevole per la ricchezza ed il simbolismo in essa contenute, Gioacchino espone in 23 tavole, da lui concepite in tempi diversi e raccolte in quest’opera pochissimi anni dopo la sua morte, nel 1202, l’essenza della sua visione teologica.
L’insieme delle tavole è esposto nel museo permanente allestito nel locale attiguo alla chiesa, dove ogni disegno è accompagnato da una sua riproduzione con le didascalie tradotte dal latino, ed un testo esplicativo che ne chiarifica il significato. Dopo l’Albero dei due Avventi, che apre la raccolta e che mostra i protagonisti e le istituzioni della storia della salvezza nelle due età del Padre e del Figlio, si susseguono gli altri due alberi del Vecchio e del Nuovo Testamento, a mostrarne la perfetta concordia. La tavola n° IV è una delle più suggestive dal punto di vista del simbolismo figurativo:
Gioacchino da Fiore: I cerchi trinitari
(tavola tratta dal “Liber Figurarum“)
Questa figura, detta dei Cerchi Trinitari, rappresenta la storia dell’umanità suddivisa nelle tre “Età” o “Ere”. Il primo cerchio, di colore verde, rappresenta il Padre, creatore della Natura. Il cerchio intermedio, di colore azzurro, è rappresentativo del Figlio, mentre in colore rosso, sulla sinistra, si trova il cerchio dello Spirito Santo, la terza era di cui Gioacchino predicava prossimo l’avvento. L’Unità della Sostanza Divina si identifica nella porzione centrale di cerchio comune ai tre anelli, in forma di mandorla mistica. Le relazioni tra le persone divine sono simboleggiate, oltre che dal dinamismo dell’intersezione tra le figure, dal susseguirsi all’interno dei cerchi delle quattro lettere del divino tetragrammaton, trascritto in lettere latine: IEUE. “I” è il Padre, “U”è il Figlio ed “E” lo Spirito Santo. Lo Spirito è doppio perché procede sia dal padre (IE) che dal Figlio (UE). Le lettere sono inserite anche nelle due lettere greche Alfa e Omega, che rappresentano, rispettivamente, come DUE, il Figlio e lo Spirito, procedono da UNO, che è il Padre e come UNO, lo Spirito, rappresentato dall’asta centrale, procede da DUE, il Padre e il Figlio.
Un’altra tavola mostra la concezione ideale della comunità monastica perfetta, uno schema simbolico che l’abate intendeva seguire nel progetto della sua abbazia, e che secondo lui sarebbe stato compiutamente realizzato nell’Età dello Spirito Santo. La tavola VI rappresenta il “Salterio dalle Dieci Corde“, simbolo eccelso della Divinità, figura alla quale Dante s’ispirò per concepire la sua Candida Rosa dei Beati nel Paradiso. La tavola n° VII rappresenta, sotto forma di un drago dalle sette teste i sei persecutori della Chiesa cristiana da Erode a Saladino. La settima testa, l’unica non associata ad un nome preciso, rappresenta l’Anticristo la cui venuta, secondo le profezie dell’abate, era prossima. Ma è nel giro di coda finale che si annida l’ultimo satanico persecutore, indicato come Gog, o Secondo Anticristo, che verrà sconfitto al termine della Terza Età, alla quale seguirà la Resurrezione dai Morti ed il Giudizio Universale.
Della successiva tavola tratta dal “Liber Figurarum“, la n° VIII, abbiamo parlato in un’altra sezione del sito, quella dedicata al simbolo che abbiamo indicato come Nodo dell’Apocalisse, sottolineandone il probabile collegamento proprio con la concezione trinitaria ed apocalittica espressa dall’abate Gioacchino in questa figura, simile nella struttura al simbolo in questione, sia pure in questo molto stilizzata. Si rimanda alla pagina apposita per ulteriori approfondimenti.
Le rimanenti tavole illustrano il contrasto tra la Chiesa di Roma e la Chiesa pagana, una figura detta delle Sette Età del Mondo, la Spirale Liturgica che mostra l’analogia tra il ciclo liturgico annuale e la storia della salvezza dell’umanità, ed altre figure di alberi concordistici e l’Albero della Trinità.
“L’Alchimia, nel suo senso più ampio, significa “la scienza dei raggi solari”. L’oro può essere ricondotto ai raggi del Sole. La parola oro significa “essenza solare”.
La trasmutazione dell’oro non significa il processo di fabbricazione dell’oro, ma il processo attraverso cui l’oro, i raggi solari, si trasformano in ogni sorta di forma materializzata, vegetale, minerale ecc. Gli antichi alchimisti studiavano il processo della Natura nelle sue operazioni, dal volatile al fisso, dal fluido al solido, dall’essenza alla sostanza, o dall’astratto al concreto, tutto ciò che può essere riassunto nel “cambiare lo spirito in materia”. In realtà, l’alchimista non cercava di fare nulla. Egli semplicemente cercava di scoprire i processi della natura al fine di comprendere le sue meravigliose operazioni. (…)
Allo stesso modo, la maggior parte delle persone ha creduto che le parole “trasmutazione di metalli base in oro”, usate dagli alchimisti, si riferissero alla fabbricazione dell’oro. Ma uno studio attento della Cosmogonia Ebraica, e della Kabala, rivelerà il fatto che l’alchimista si riferiva sempre ai raggi solari quando usava la parola “oro”.
“Metalli base” significa semplicemente materia, o base. La dissoluzione, o disintegrazione della materia, la combustione del legno o del carbone, sembrava altrettanto meravigliosa a questi filosofi, della crescita del legno o della formazione del carbone o della pietra. Così, la trasmutazione dei metalli base in oro significa semplicemente il processo di cambiamento del fisso nel volatile, o la dematerializzazione della materia, sia per mezzo del calore che per mezzo di un processo chimico”.
La violenza. In ogni epoca e cultura, l’uomo, infatti, si è chiesto quale sia il motivo della presenza della violenza nella vita e nel mondo.
Per trovare una risposta a questa domanda non possiamo esimerci dall’accettare, prima di tutto, la realtà per quella che è, anche quando si manifesta nella sua forma più cruda e sconcertante. Solo così possiamo intraprendere un percorso che ci porterà ad abbandonare tutte quelle convinzioni che si sono formate nei primi anni della nostra esistenza e che tendono a rimanere inalterate nel tempo, limitandoci in una visione ristretta della complessità della vita.
Il termine “violenza”, nel suo significato originario, deriva dal latino vis , che racchiude in sé i concetti di vigore, forza e potenza. Questa forza, quando non è vissuta in armonia con i nostri bisogni e desideri, può facilmente trasformarsi in un impulso distruttivo, in una potenza negativa che corrode ogni aspetto dell’esistenza.
La violenza negata e relegata nell’inconscio, nella cosiddetta “Ombra” di cui parla Jung, diventa una forza incontrollata e pericolosa, capace di danneggiare non solo noi stessi ma anche chi ci circonda. Jung sostiene che è solo affrontando e integrando questo lato oscuro della nostra psiche che possiamo crescere come individui completi, superando i conflitti interni e raggiungendo una maggiore armonia con il mondo esterno.
Anche la storia della filosofia ci offre una ricca serie di riflessioni. Platone, ad esempio, nella sua opera La Repubblica, attraverso il dialogo tra Socrate e il suo allievo Glaucone, descrive l’essenza della natura umana come la propensione all’ingiustizia e alla sopraffazione. L’uomo è incline a seguire i suoi impulsi violenti, guidato da una naturale tendenza all’autoconservazione e alla soddisfazione dei propri desideri egoistici. Tuttavia, il filosofo greco suggerisce che esiste una soluzione e che l’essere umano può superare i suoi istinti più violenti attraverso la consapevolezza del bisogno reciproco.
Lo stesso concetto possiamo ritrovarlo espresso anche nella visione buddista dell’interdipendenza, dove la comprensione del legame tra tutti gli esseri viventi conduce a una maggiore armonia e compassione.
Un altro spunto interessante ci viene offerto da Thomas Hobbes, filosofo inglese del Seicento, che riconosceva nella violenza uno stato naturale dell’uomo, un impulso primordiale che spinge ogni individuo a cercare la propria sicurezza ea prevalere sugli altri. Hobbes sosteneva che solo la creazione di una società organizzata, attraverso un patto sociale, poteva mitigare questi impulsi, garantendo la pace e la stabilità.
La violenza, dunque, non è solo un retaggio del passato, ma una realtà che dobbiamo imparare a gestire e trasformare. Per farlo, occorre comprendere che l’aggressività e la violenza non sono semplici istinti primordiali, ma risposte evolutive che hanno garantito la sopravvivenza dell’umanità nel corso dei millenni.
Le emozioni primarie, come la paura e la rabbia, sono meccanismi di difesa che ci hanno permesso di affrontare le minacce ambientali e sociali. La nascita stessa è un atto violento, una lotta per la vita che segna l’inizio della nostra esistenza. È un paradosso affascinante: la violenza, pur essendo una forza distruttiva, ci ha permesso di sopravvivere e prosperare come specie.
Anche le tradizioni religiose orientali ci offrono numerose dimostrazioni di come la violenza possa essere canalizzata e trasformata in energia positiva. L’iconografia indiana della Trimurti, ad esempio, con la rappresentazione di Shiva come il Dio distruttore, ci insegna che la violenza può essere una forza creatrice, capace di generare cambiamento e crescita. La distruzione, in questo senso, diventa un atto di rinnovamento, un processo necessario per il progresso e l’evoluzione.
Accettare la violenza come parte della vita significa anche riconoscere la sua presenza in ogni nostra azione. Che si tratti di un semplice gesto di prevaricazione o di un litigio, in entrambi i casi la violenza rappresenta una costante che non possiamo permetterci di ignorare o evitare. Occorre comprendere che è parte di ognuno di noi, della nostra vita, delle leggi che regolano la natura e, partendo da questa consapevolezza, attuare una vera e propria rivoluzione del nostro pensiero.
Riconoscere e integrare la violenza, senza giudizio o timore, ci permetterà di trascenderla e di trasformarla in una forza creativa e rigeneratrice, capace di condurci, infine, una comprensione più profonda e autentica della vita.
il metodo della Dottoressa Clark e il legame con mente, corpo e alimentazione moderna
Il nostro intestino è spesso definito il “secondo cervello” per la sua stretta connessione con il sistema nervoso centrale e per il ruolo fondamentale che svolge nel mantenimento del benessere fisico, emotivo e mentale. Tuttavia, un problema poco discusso ma estremamente diffuso è la presenza di parassiti intestinali, organismi che possono influenzare in modo profondo il nostro stato di salute, la mente e persino i nostri comportamenti quotidiani.
Il metodo della Dottoressa Clark: una strategia naturale per liberarsi dai parassiti intestinali
La Dottoressa Hulda Clark, ricercatrice e naturopata canadese, ha sviluppato un metodo innovativo e naturale per l’eliminazione dei parassiti intestinali e di altri agenti patogeni, basato sull’uso di erbe specifiche e tecniche di purificazione. Il suo approccio parte dal presupposto che molte malattie croniche e disturbi di salute siano in realtà causati o aggravati dalla presenza di questi parassiti, invisibili ma attivi.
L’influenza dei parassiti sul nostro cervello e sul comportamento
I parassiti intestinali non si limitano a danneggiare l’apparato digerente: producono tossine e interferiscono con la funzionalità del sistema nervoso, causando squilibri neurologici e psicologici. Questo può manifestarsi con:
cambiamenti di umore come irritabilità, ansia o depressione
difficoltà cognitive come mancanza di concentrazione e confusione mentale
comportamenti compulsivi, soprattutto legati alle scelte alimentari
dipendenza da cibi zuccherati o industriali, che alimentano i parassiti stessi
Spesso, la prima volta che si applica una disinfestazione efficace si sperimenta una sensazione di mente libera, leggera e completamente al proprio servizio: un senso di chiarezza e di centratura che non si era mai provato prima. Nel mio percorso personale, questa pulizia intestinale, unita al lavoro energetico con il metodo Yuen, ha trasformato radicalmente il mio rapporto con me stessa, con la mia anima e con i diversi ruoli che ricopro nella società. Ho imparato a non identificarmi più completamente con nessuno di questi ruoli, potendo “saltare” da uno all’altro mantenendo sempre integra e pura la mia essenza.
Il legame tra parassiti intestinali e fasi lunari
Secondo studi e antiche tradizioni, l’attività dei parassiti intestinali sarebbe influenzata dalle fasi lunari. Durante la luna nuova e la luna piena, i parassiti tendono a essere più attivi e proliferare maggiormente, mentre nelle altre fasi lunari risultano meno aggressivi. Questo ciclo può spiegare perché in certi periodi si manifestano picchi di sintomi o disagio fisico e mentale.
Questo dato è importante per programmare trattamenti e pulizie energetiche in modo più efficace, rispettando i ritmi naturali del corpo e della natura.
I cibi industriali e del nuovo millennio: un nutrimento per i parassiti
L’alimentazione moderna, ricca di zuccheri raffinati, additivi chimici, conservanti e alimenti ultra-processati, è uno dei fattori principali che favoriscono la proliferazione dei parassiti intestinali. Questi cibi, spesso poveri di nutrienti e ricchi di sostanze che alterano il microbiota intestinale, creano un ambiente ideale per i parassiti, indebolendo le difese immunitarie e compromettendo il benessere generale.
Inoltre, l’eccessivo consumo di alimenti industriali può innescare una spirale di dipendenza alimentare che perpetua la presenza e l’attività dei parassiti, rendendo difficile uscire da questo circolo vizioso senza un intervento mirato.
Liberarsi dai parassiti intestinali non è solo una questione di salute fisica, ma un passo fondamentale per ritrovare chiarezza mentale, equilibrio emotivo e una relazione sana con il cibo. Il metodo della Dottoressa Clark offre un approccio naturale e completo, che tiene conto anche dei ritmi naturali come le fasi lunari, per accompagnare la persona verso un benessere integrale.
Se senti il bisogno di migliorare la tua energia, ritrovare leggerezza e interrompere schemi alimentari o comportamentali limitanti, la disinfestazione intestinale può essere una chiave preziosa nel tuo percorso.
CERVELLO INTESTINO
La connessione profonda tra i due cervelli
Spesso definiamo l’intestino come il nostro secondo cervello, ma questa definizione nasconde una verità molto più profonda e antica. Durante la gestazione, infatti, le cellule che formeranno l’intestino e quelle che daranno vita al sistema nervoso centrale derivano da uno stesso gruppo di cellule originarie. Da questo stesso ceppo cellulare si sviluppano inoltre i collegamenti nervosi che, attraverso la spina dorsale, mantengono in comunicazione costante il cervello e l’intestino per tutta la nostra vita.
L’intestino: la “sacca” dei nostri mostri interiori
Immagina il tuo intestino come una sorta di sacca che contiene i nostri “mostri interiori”: i batteri, i virus, i parassiti e tutti gli organismi microscopici che abitano il nostro corpo. Questi abitanti devono essere nutriti e mantenuti in equilibrio, perché nessuno prevalga sull’altro. Quando questo equilibrio si rompe, sono proprio questi “mostri” a prendere il sopravvento, interferendo con la nostra salute fisica e mentale.
Il benessere intestinale diventa così la chiave per permettere al nostro cervello di essere al completo servizio della nostra anima, e non al servizio di questi parassiti o squilibri interni.
Come il benessere intestinale influenza ogni aspetto del nostro quotidiano
Il nostro stato intestinale si riflette in modo sorprendente nella nostra vita di tutti i giorni, influenzando:
Il sonno: un intestino in equilibrio favorisce un sonno profondo e rigenerante, mentre squilibri possono causare insonnia o risvegli frequenti.
La comunicazione: il modo in cui parliamo, ascoltiamo e percepiamo gli altri è connesso alla salute intestinale, perché molte sostanze chimiche legate all’umore e alla chiarezza mentale vengono prodotte proprio lì.
Le scelte alimentari: la fame e il desiderio di certi cibi sono spesso “dettati” dall’intestino e dai suoi abitanti, non solo dalla nostra volontà conscia.
Le letture e le informazioni che assorbiamo: la nostra capacità di concentrazione e discernimento è influenzata da questo equilibrio, determinando cosa siamo pronti a comprendere e integrare.
Nella medicina tradizionale cinese, l’intestino è considerato un organo vitale non solo per la digestione, ma anche per la trasformazione energetica e la connessione con emozioni profonde. È il centro della nostra capacità di assimilare non solo il cibo, ma anche le esperienze della vita.
Questo ci porta a parlare di un sistema molto più complesso, quello dei quattro cervelli, un tema affascinante che approfondiremo nel prossimo articolo, in cui scopriremo come mente, corpo ed energia dialogano continuamente per il nostro benessere globale.
Prendersi cura del proprio intestino significa coltivare un equilibrio delicato ma fondamentale, che coinvolge non solo la salute fisica ma anche il funzionamento mentale ed emozionale. Quando il nostro “secondo cervello” è in armonia, il nostro cervello principale può finalmente dedicarsi a servire la nostra anima, guidandoci verso una vita più piena e consapevole.