Pegaso

Pegaso fa parte del grande ciclo mitologico di Perseo, che volle salvare la principessa Andromeda, figlia di Cassiopea e di Cefeo, dal terribile mostro marino. Tutte le figure di questo mito rivivono da migliaia di anni nel cielo autunnale. Per salvare Andromeda, Perseo aveva bisogno della orribile testa di Medusa, il cui sguardo era in grado di tramutare in un istante tutto in pietra. Dopo che l’eroe con l’astuzia l’ebbe sconfitta, dal sangue di Medusa nacque Pegaso.

Al posto del cavallo alato gli astronomi dell’antica Mesopotamia mettevano in risalto la forma geometrica della costellazione, che veniva chiamata Iku (campo), con riferimento all’unità base di misura delle superfici in uso presso i Sumeri. Ecco quindi che la costellazione quadrata si trova, per esempio, nell’arca a forma di cubo del mito babilonese del diluvio universale.

Parabola

La parabola delle dieci vergini è una parabola di Gesù raccontata solamente nel  vangelo secondo Matteo 25,1-13.

Racconto

Nella parabola, Gesù racconta che a queste dieci ragazze viene affidato il compito di andare incontro allo sposo nel giorno delle nozze. Ciascuna delle vergini ha con sé una lampada, ma solamente cinque portano anche una riserva di olio per la suddetta. Siccome lo sposo tarda ad arrivare, le vergini si assopiscono e le lampade iniziano a spegnersi. Nel bel mezzo della notte, qualcuno urla che lo sposo sta arrivando: le vergini stolte, accorgendosi che le loro lampade stavano per spegnersi, chiesero alle sagge di prestare loro un po’ d’olio, ma queste ultime rifiutarono dicendo che non sarebbe bastato per tutte. Le stolte vanno quindi a comprare l’olio, ma nel frattempo arriva lo sposo ed entrano alla festa di nozze solamente le cinque vergini sagge. Quando tornarono, le vergini stolte bussarono gridando: “Signore, aprici!”. Ma lo sposo, dall’interno, rispose: “In verità vi dico: non vi conosco”. Gesù conclude la parabola dicendo: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”.

La parabola delle dieci vergini significa che bisogna essere sempre pronti per il ritorno di Cristo (lo Sposo), vigilando con fede e opere di carità (l’olio che alimenta la lampada), distinguendo le cinque vergini sagge, che hanno fatto scorta di olio (amore e preparazione spirituale), dalle cinque stolte, che si sono affidate solo alla fede superficiale e non hanno coltivato l’amore, restando impreparate al giudizio. È un invito alla responsabilità individuale di vivere una vita di fede attiva e piena di opere buone, non solo di attesa passiva. Ma il significato alchemico reale è ancora più profondo….

Lavorando per future generazioni

Sigismondo Fanti (il ferrarese) Maestro di Nostradamus

Libro Profetico in quartine Triompho di Fortuna

Riferimento di Nostradamus Domus Marzotto (Torino)

Museo Ritman Asterdam

Ritrovamento epigrafe DM da parte del Giovane Renucio Boscolo a Torino

Renucio Boscolo unico interprete di Nostradamus su canali Mediaset

Gioacchino da Fiore Profeta!!!

Nato a Celico, a poche decine di chilometri da San Giovanni, nel 1130 circa, Gioacchino ricevette i primi rudimenti scolastici presso Cosenza, ma ben presto fu mandato dal padre a lavorare presso l’ufficio del Giustiziere della Calabria. In seguito ad alcuni contrasti sorti sul posto di lavoro, egli si trasferì prima presso i Tribunali di Cosenza, poi a Palermo, dove il padre gli aveva fatto ottenere un impiego presso la corte normanna. In seguito ad un viaggio in Terrasanta, Gioacchino ebbe un cambiamento radicale: cominciando a dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture, si ritirò dapprima in una grotta sull’Etna, quindi trascorse un anno presso l’abbazia cistercense della Sambucina.

Per poter continuare nella sua opera di predicazione, Gioacchino da Fiore dovette prendere i voti, pertanto compì un viaggio a Catanzaro dove venne ordinato sacerdote. In seguito si stabilì nel monastero di Santa Maria di Corazzo, di fondazione benedettina ma che aspirava a seguire la regola cistercense, del quale, nel 1177, fu eletto abate. Tra il 1182 ed il 1184 compì un viaggio presso l’Abbazia di Casamari, dove cominciò la stesura di due delle sue opere fondamentali: la “Concordia Novi ac Veteris Testamenti” (“Concordia tra il vecchio e il nuovo testamento”) e l'”Expositio in Apocalypsim” (“Esposizione dell’Apocalisse”).

In seguito torna in Calabria, ma abbandona il monastero di Corazzo ritirandosi nella località di Pietralata, che lui ribattezza “Pietra Olei“. I monaci, esasperati dal suo continuo assentarsi dai suoi doveri di abate, presentarono una petizione alla Curia Romana, che decise di risolvere la questione affiliando nel 1188 l’abbazia di Corazzo a quella di Fossanova e prosciogliendo Gioacchino dai suoi doveri di abate, autorizzandolo, di fatto, a proseguire nella sua opera di scrittura. Molta gente cominciò a radunarsi attorno a lui, e il sito di Pietralata divenne ben presto inefficace alla loro accoglienza. Gioacchino si recò sulla Sila, alla ricerca di un sito sul quale avrebbe costituito la sua nuova comunità, e lo individuò nel luogo ove oggi sorge l’abitato di San Giovanni in Fiore. Non fu facile ottenere dal re i permessi necessari per lo stanziamento in quei luoghi, ma alla fine vi riuscì, ottenendo persino un vasto possedimento terriero e alcuni privilegi su tutta la regione.

Nell’agosto del 1196 papa Celestino III approvò la Congregazione Florense. Da questo momento in poi l’abate si prodigò per la realizzazione del suo monastero secondo uno schema simbolico che aveva illustrato in una delle tavole del suo “Liber Figurarum“, incontrando spesso difficoltà e resistenze da parte soprattutto delle comunità monastiche nei territori circostanti, che venivano ad essere interessati dal progetto. L’abate morì nel 1202 presso Canale di Pietrafitta, e fu seppellito nel monastero florense di S. Martino di Canale. Intorno al 1226 i suoi resti furono traslati nell’abbazia di San Giovanni in Fiore, dove si trovano tuttora, che all’epoca era ancora in costruzione.

Il pensiero

Il fulcro centrale del pensiero gioachimita è la suddivisione della storia dell’Umanità in tre ere, associate alle tre figure della Trinità. L’Era del Padre corrisponde alla narrazione biblica dell’Antico Testamento, nel periodo che va da Adamo fino ad Ozia, re di Giuda. L’Era del Figlio, corrispondente al Nuovo Testamento, comprende la venuta di Cristo, e dalla fine del regno di Ozia (746 a.C.) si dovrebbe estendere, secondo Gioacchino, fino al 1260, anno che egli aveva profetizzato come inizio della terza era, quella dello Spirito Santo. Nell’Era dello Spirito l’umanità, opportunamente preparata a tale scopo, dopo un periodo di catastrofi apocalittiche avrebbe vissuto uno stato di grazia e di purezza. Con queste idee, quindi, Gioacchino Da Fiore supera la concezione binaria (del Padre e del Figlio) che fino ad allora avevano avuto tutti i Padri della Chiesa per introdurre il modello ternario ispirato alla Santissima Trinità, introducendo l’elemento sinora mancante dello Spirito Santo.

Egli non ebbe vita facile per le sue idee, giacché esse non mancarono di suscitare tensioni, soprattutto nell’ambiente parigino, dove la scuola teologica gli era sempre stata avversa. Fu persino accusato di eresia, a causa di alcune frasi contro Pietro Lombardo contenute in un’opera sulla Trinità erroneamente attribuita a lui. Fu il papa Innocenzo III che, nel 1216, difende il suo nome dichiarandolo “vero cattolico”.

La dottrina Gioachimita, che da allora verrà chiamata “Vangelo Universale“, si diffuse e continuò ad influenzare il pensiero cristiano anche dopo il 1260, quando l’appuntamento con l’avvento dell’Era dello Spirito sembrò essere “rimandato”.

Oltre ad aver profondamente influenzato l’opera di Dante Alighieri, che modellò il Paradiso Terrestre secondo alcune figure simboliche elaborate dall’abate calabrese, tante figure di pensatori successivi s’ispirarono a lui. Tra questi ricordiamo i predicatori Ugo di DigneSalimbene da ParmaUbertino da Casale e Girolamo Savonarola, alchimisti come l’inglese Ruggero Bacone, il francese Giovanni di Rupescissa e il catalano Arnaldo da Villanova, filosofi come Guglielmo di Ockam. Quando Pietro Angeleri, predicatore ed eremita sulle montagne del Morrone, in Abruzzo, ascese al soglio pontificio come Celestino V, in molti videro nella sua figura e nelle sue opere la realizzazione delle profezie dell’abate Gioacchino.

Ricordiamo, infine, che il pensiero gioachimita influenzò, nel XV sec., le dottrine filosofiche che caratterizzarono la Confraternita dei Rosa-Croce: è stato, tra l’altro, sottolineato il parallelismo, forse non casuale, tra la vita del padre eponimo Christian Rosencreutz, narrata nella “Fama Fraternitatis” (1614), e le vicende personali di Gioacchino [1].

Il Liber Figurarum e le altre opere

Oltre alle già citate “Concordia” ed “Expositio“, Gioacchino scrisse sotto l’esortazione di papa Lucio III numerose altre opere, tra le quali si ricordano lo “Psalterium decem chordarum” (il “Salterio dalle dieci corde”) ed il “Liber Figurarum“, o “Libro delle Figure”. In quest’ultima opera, notevole per la ricchezza ed il simbolismo in essa contenute, Gioacchino espone in 23 tavole, da lui concepite in tempi diversi e raccolte in quest’opera pochissimi anni dopo la sua morte, nel 1202, l’essenza della sua visione teologica.

L’insieme delle tavole è esposto nel museo permanente allestito nel locale attiguo alla chiesa, dove ogni disegno è accompagnato da una sua riproduzione con le didascalie tradotte dal latino, ed un testo esplicativo che ne chiarifica il significato. Dopo l’Albero dei due Avventi, che apre la raccolta e che mostra i protagonisti e le istituzioni della storia della salvezza nelle due età del Padre e del Figlio, si susseguono gli altri due alberi del Vecchio e del Nuovo Testamento, a mostrarne la perfetta concordia. La tavola n° IV è una delle più suggestive dal punto di vista del simbolismo figurativo:

I Cerchi Trinitari

Gioacchino da Fiore: I cerchi trinitari

(tavola tratta dal “Liber Figurarum“)

Questa figura, detta dei Cerchi Trinitari, rappresenta la storia dell’umanità suddivisa nelle tre “Età” o “Ere”. Il primo cerchio, di colore verde, rappresenta il Padre, creatore della Natura. Il cerchio intermedio, di colore azzurro, è rappresentativo del Figlio, mentre in colore rosso, sulla sinistra, si trova il cerchio dello Spirito Santo, la terza era di cui Gioacchino predicava prossimo l’avvento. L’Unità della Sostanza Divina si identifica nella porzione centrale di cerchio comune ai tre anelli, in forma di mandorla mistica. Le relazioni tra le persone divine sono simboleggiate, oltre che dal dinamismo dell’intersezione tra le figure, dal susseguirsi all’interno dei cerchi delle quattro lettere del divino tetragrammaton, trascritto in lettere latine: IEUE. “I” è il Padre, “U”è il Figlio ed “E” lo Spirito Santo. Lo Spirito è doppio perché procede sia dal padre (IE) che dal Figlio (UE). Le lettere sono inserite anche nelle due lettere greche Alfa e Omega, che rappresentano, rispettivamente, come DUE, il Figlio e lo Spirito, procedono da UNO, che è il Padre e come UNO, lo Spirito, rappresentato dall’asta centrale, procede da DUE, il Padre e il Figlio.

Un’altra tavola mostra la concezione ideale della comunità monastica perfetta, uno schema simbolico che l’abate intendeva seguire nel progetto della sua abbazia, e che secondo lui sarebbe stato compiutamente realizzato nell’Età dello Spirito Santo. La tavola VI rappresenta il “Salterio dalle Dieci Corde“, simbolo eccelso della Divinità, figura alla quale Dante s’ispirò per concepire la sua Candida Rosa dei Beati nel Paradiso. La tavola n° VII rappresenta, sotto forma di un drago dalle sette teste i sei persecutori della Chiesa cristiana da Erode a Saladino. La settima testa, l’unica non associata ad un nome preciso, rappresenta l’Anticristo la cui venuta, secondo le profezie dell’abate, era prossima. Ma è nel giro di coda finale che si annida l’ultimo satanico persecutore, indicato come Gog, o Secondo Anticristo, che verrà sconfitto al termine della Terza Età, alla quale seguirà la Resurrezione dai Morti ed il Giudizio Universale.

Della successiva tavola tratta dal “Liber Figurarum“, la n° VIII, abbiamo parlato in un’altra sezione del sito, quella dedicata al simbolo che abbiamo indicato come Nodo dell’Apocalisse, sottolineandone il probabile collegamento proprio con la concezione trinitaria ed apocalittica espressa dall’abate Gioacchino in questa figura, simile nella struttura al simbolo in questione, sia pure in questo molto stilizzata. Si rimanda alla pagina apposita per ulteriori approfondimenti.

Le rimanenti tavole illustrano il contrasto tra la Chiesa di Roma e la Chiesa pagana, una figura detta delle Sette Età del Mondo, la Spirale Liturgica che mostra l’analogia tra il ciclo liturgico annuale e la storia della salvezza dell’umanità, ed altre figure di alberi concordistici e l’Albero della Trinità.