500 anni

Il simbolo della Fenice

“Che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa

erba né biada in sua vita non pasce,

ma sol d’incenso lacrima e d’amomo,

e nardo e mirra son l’ultime fasce”.

Dante Alighieri

Con questi versi Dante descrive la Fenice, uno dei simboli più affascinanti della mitologia egizia: gli egizi identificavano questo maestoso airone con Bennu (dal verbo benu, “splendere”, “brillare”, “puntare al cielo”, “librarsi in volo”).

Consacrato al dio Ra, associato alle piene del Nilo (raffigurato come l’Airone che si posava sulla sommità delle rocce che sbucavano dopo l’inondazione del Nilo), il suo ritorno annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità.

Simbolo della nascita e della risurrezione dopo la morte, quindi dell’eternità della vita, secondo gli Egizi la Fenice era nata sotto l’albero del bene e del male, e sapeva che era necessario rinascere periodicamente per acquisire maggiore saggezza e potenza.

Volava quindi per tutto l’Egitto alla ricerca degli elementi più raffinati per costruirsi un nido: bastoncini di cannella, di quercia, nardo e mirra.

Al termine del suo ciclo di vita, lungo 500 anni, si sistemava nel suo nido, intonava una delle melodie più aggraziate che gli egizi potessero mai udire, per poi lasciare che i profumi le dessero una dolce morte mentre il sole bruciava gli arbusti, lasciandosi divorare dalle fiamme.

Tre giorni dopo, Fenice rinasceva dalla cenere piena di forza e potere, prendeva il suo nido e lo lasciava a Eliopoli (secondo un’altra versione la cenere, assieme alla mirra, prendeva la forma di un uovo), nel Tempio del Sole, per iniziare così un nuovo ciclo che fosse una fonte d’ispirazione per il popolo egiziano.

Come l’airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall’acqua, la Fenice venne associata col sole e rappresentava il ba (“l’anima”) del dio del sole Ra, di cui era l’emblema, tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.

Si dice che il Bennu abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Eliopoli. Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole “precedente” è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare. Da qui l’appellativo “semper eadem“: sempre la medesima.

Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere, che appunto veniva chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar”, e menzionata quale Stella del Mattino nell’invocazione:

“Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino… cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra.”

La simbologia della Fenice, con la sua vittoria sulla morte e la rinascita dalle proprie ceneri, ben si addice alla figura di Gesù Cristo, presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi tre giorni dopo la morte, e come tale venne adottata quale simbolo paleocristiano di immortalità, resurrezione e vita dopo la morte.

La simbologia dell’airone purpureo (dal greco Φοῖνιξ, Phoenix, “rosso porpora”) degli Egizi è collegata ad una delle tre fasi della Grande Opera dell’alchimia, la Rubedo, su cui tanto si è focalizzato il pensiero di Carl Gustav Jung.

La Fenice rappresenta la fase finale del processo alchemico e gli alchimisti riposero in essa il significato della spiritualizzazione completa, della rinascita della personalità, risultato finale della Grande Opera.

Essendo la Fenice capace di elevarsi dalle ceneri della propria distruzione, rappresenta il congiungimento dell’inizio e la fine di ogni ciclo. Il compimento della Rubedo segna la realizzazione della Pietra Filosofale, una sostanza in grado di conferire l’immortalità, di acquisire l’onniscienza e di trasmutare i metalli vili in oro.

Le trasmutazioni alchemiche rappresentano una metafora dei cambiamenti che avvengono nell’ambito dell’interiorità umana. In questa prospettiva la Rubedo rappresenta l’accettazione da parte dell’individuo dell’ombra e delle sue contraddizioni più profonde.Descrizione: https://associazioneperankh.files.wordpress.com/2021/03/img_20210225_024658_481.jpg?w=500

Carl Gustav Jung ha evidenziato che la Fenice, per le caratteristiche ben note, simboleggia il potere della resilienza, l’ineguagliabile abilità di rinascere molto più forti, coraggiosi e luminosi.  

Jung ha dunque descritto l’ultima fase del processo alchemico come la piena realizzazione del processo di individuazione, finemente associabile al simbolo della Fenice che grazie alla distruzione della sua “vecchia natura” è ora libera di rinascere con uno spirito rinnovato e reso sottile, etereo, dalle fiamme trasmutanti e sublimanti del fuoco. 

C’è una locuzione latina che viene assimilata all’immagine della Fenice: “Post Fata Resurgo”, che si può tradurre “Dopo la Morte Risorgo”: l’immortalità non si fonda sulla negazione della morte ma sulla sua potenza rigeneratrice attraverso le fiamme purificatrici. Il potere della Fenice deriva quindi non dall’annullamento del declino ma dalla sua capacità di accoglierlo e di trasformarlo, o meglio, trasmutarlo per usare un termine proprio degli alchimisti.

La Fenice pertanto simboleggia non solo l’eternità dello spirito ma anche tutte le morti e le rinascite che l’uomo compie in vita, dando così una possibilità alla propria evoluzione.

Morire e rinascere in vita significa abbandonare per scelta determinati atteggiamenti, azioni, situazioni e modi di pensare, poiché ci portano inequivocabilmente allo stesso risultato: la Fenice quindi è simbolo di forza e di resistenza fisica, prepararsi ad un probabile “fallimento” consapevoli della rinascita.

La fenice simbolo di rinascita

La leggenda narra che la fenice sia un uccello mitologico dalla straordinaria bellezza e dal canto melodioso. All’approssimarsi della morte si costruisce un rogo di legno e muore tra le fiamme per poi risorgere dalle sue stesse ceneri che successivamente trasporta in volo ad Eliopoli, l’antica città egizia dove sorgeva l’altare del Sole.

Fenice

La fenice è sicuramente l’animale più bello fra tutte le creature fantastiche e leggendarie. Adorna di penne di porpora e d’oro, colore del sole nascente, la fenice possedeva una voce melodiosa che prendeva accenti lugubri all’approssimarsi della morte. Le altre creature erano allora così soverchiate dalla sua bellezza triste, che cadevano morte a loro volta.

Secondo la leggenda, poteva esistere una sola fenice per volta, e dato che viveva in un unico esemplare, per riprodursi doveva ricorrere a una ben strana forma di partogenesi: rinasceva dalle proprie ceneri.

Allorché l’uccello sentiva arrivare la morte, si costruiva un rogo in legno di cinnamomo selvatico e moriva tra le fiamme. Ma dalle sue ceneri subito sorgeva una nuova fenice, che con tenerezza filiale raccoglieva le ceneri della genitrice in un uovo di mirra e le trasportava in volo ad Eliopoli, l’antica città egizia dove sorgeva il grande Altare del Sole, sul quale le depositava. Si raccontava che quelle ceneri possedessero il potere di richiamare in vita un morto. Il dissoluto imperatore romano Eliogabalo decise di mangiare carne di fenice, appunto per acquistare l’immortalità. Si cibò di un uccello del paradiso, che gli era stato imbandito sotto mentite spoglie. E infatti non ottenne l’effetto sperato: morì assassinato poco tempo dopo.

Gli studiosi moderni pensano che l’origine di questa leggenda vada ricercata in Oriente. Sarebbe poi stata adottata dai sacerdoti di Eliopoli, adoratori del Sole, come un’allegoria della quotidiana morte e rinascita dell’astro.

Come tutti i grandi miti, la storia della fenice tocca corde profonde nel cuore dell’uomo: gli artisti cristiani fecero della fenice un simbolo popolare della resurrezione del Cristo. Stranamente, il nome di questo mitico uccello deriva probabilmente da un errore commesso dallo storico greco Erodoto, che visse nel V secolo a.C. Riferendosi a questo uccello, nelle sue storie, lo chiamò Phoenix per il fatto che veniva di frequente raffigurato sopra una palma che in greco veniva appunto chiamata “phoenix”.

Ricapitolando…

La fenice nelle diverse culture

L’Antico Egitto

I primi a parlare di una leggenda simile a quella dell’araba fenice sono stati gli antichi egizi con la storia del Benu: si tratta di una divinità consacrata al Dio Ra, raffigurata come un uccello mitologico simile a un airone, che simboleggia il ciclo della nascita e della resurrezione dopo la morte.

La fenice per i greci

La fenice viene riproposta in seguito dalla letteratura della Grecia antica, rappresentata come un’aquila variopinta che risorgeva dalle proprie ceneri: prima di morire, costruiva una catasta di piante e vi si adagiava sopra, lasciando che il sole le bruciasse. Quando il fuoco si spegneva, dalle ceneri nasceva una piccola larva che, grazie al calore del sole cresceva per trasformarsi in una nuova fenice.

Descrizione: fenice significato cultureLa fenice nelle culture della storia

L’araba fenice in letteratura: dalla Bibbia all’Inferno

La fenice viene nominata anche nella Bibbia e, più precisamente, nel libro dell’Esodo. La prima descrizione dettagliata di questo mitologico uccello infuocato si deve però allo storico greco Erodoto, secondo cui la fenice partiva dall’Arabia: è proprio da qui che nasce l’errata denominazione di “araba fenice”.

Anche Ovidio descrive a suo modo la fenice, come un uccello che vive 500 anni e dal cui corpo nasce un nuovo, giovane esemplare destinato a una vita altrettanto lunga.
Mentre il primo bestiario cristiano, intitolato “Il Fisiologo”, dedica al volatile mitologico un intero paragrafo nel quale parla di “un uccello che vive in alcune zone dell’India” e che vive 500 anni per poi trasformarsi nel Salvatore Gesù Cristo quando muore e rinasce.

Un ulteriore ed illustre esempio della fenice in letteratura viene dall’Inferno di Dante: l’autore della Divina Commedia la cita nel XXIV Canto come esempio di animale in grado di morire e rinascere, contribuendo all’ancora attuale modo di dire “essere una fenice”, per indicare qualcosa di unico, introvabile e inafferrabile.

La fenice nella cultura orientale

La fenice è nominata praticamente in tutte le culture della storia del mondo: da quella assira, a quella inca, passando per la Russia e i nativi americani. Molto presente anche nella cultura orientale, la fenice è cara a cinesi, giapponesi e indiani.

In Cina, la fenice è chiamata Feng e rappresenta uno degli animali sacri che guidano il destino del paese, assieme alla tigre bianca (Bai Hu), all’unicorno (Ki-lin), alla tartaruga o serpente (Gui Xian) e al drago (Long). Secondo i cinesi, la fenice è simbolo di potere e prosperità e poteva essere sfoggiata soltanto dall’Imperatore e dall’Imperatrice.

In Giappone, la fenice è chiamata Ho-ho o Karura e simboleggia l’inizio di una nuova era: rappresentata come una gigantesta aquila ricoperta di piume d’oro e una corona di gemme magiche intorno alla testa, mentre sputa fuoco dal suo enorme becco.

Nelle culture buddista e induista, la fenice è chiamata Garuda ed è un essere mitologico con ali e becco di aquila, corpo umano, faccia bianca, ali rosse e corpo dorato: impersonifica uno dei supremi veggenti d’infinita coscienza e, secondo la leggenda, ha il potere di riportare in vita gli esseri viventi.

Significati simbolici della fenice

Descrizione: fenice tatuaggio simboloLa fenice, simbolo di rinascita

L’araba fenice, o semplicemente fenice, è da sempre scelta come soggetto di tatuaggi per il suo significato simbolico di eternità dello spirito, di rinascita dopo la morte, di evoluzione che deriva dalla comprensione di ciò che è stato (la fenice, infatti, risorge dalle proprie ceneri).

La rinascita della fenice non è una semplice resurrezione a sè stante, ma porta con se un intensa simbologia di abbandonare per propria scelta il passato e le sue convinzioni, a favore di una nuova vita basata su diversi presupposti.

Simbolo di coloro che scelgono consapevolmente di evolversi, la fenice ha il significato di proseguire nella propria crescita spirituale senza restare immobili nelle proprie abitudini e nelle proprie convinzioni: è abbandonare la sicurezza della routine, in favore di una nuova vita sconosciuta ma ricca di nuove esperienze.

Curiosità sulla fenice

Nella cultura cinese esiste un detto che dice “splendore di drago e bellezza di fenice”: questo adagio si riferisce al massimo splendore e alla più alta dignità dell’uomo e della donna. In Cina, infatti, il drago rappresenta l’imperatore e la fenice incarna l’imperatrice, uniti indissolubilmente in un simbolo unico che rappresenta l’unione perfetta tra due poli differenti, ma complementari.

Oltre che in svariati esempi della letteratura classica e religiosa, la fenice è nominata anche nel libretto di Così fan tutte, opera scritta da Lorenzo Da Ponte e musicata da Mozart: riprendendo quasi fedelmente i versi di Metastasio, l’araba Fenice è descritta come “la fede delle femmine (…) che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”.

La fenice è protagonista di moltissime storie di manga giapponesi, come ad esempio I cavalieri dello zodiaco e Ken il guerriero. A proposito di zodiaco, non dimentichiamo che la fenice ha un posto anche nell’Astronomia con l’omonima costellazione dell’Emisfero Sud composta da 11 stelle e chiamata così da Johann Bayer nel 1603.

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